Terza tappa: ritrovare i propri punti di riferimento

Archiviato il mercoledì, 20 agosto 2008 in: tappe, il mio percorso, ritrovare i propri punti di rife
 

Il mio percorso proseguiva bene. Riuscivo a dominare le crisi, qualsiasi tecnica usassi, e viaggiavo tranquilla con l'alimentazione meccanica, mi dava sicurezza.
Rimaneva, però, un bel problemino: fintanto non c'erano intoppi e imprevisti, correvo decisa verso la mia meta, ma se solo, solo subentrava un inconveniente, tipo una serie di inviti fuori un po' troppo ravvicinati o ospiti a casa per più giorni di seguito, andavo in tilt. Non potendo seguire il mio schema alla lettera, finivo per combinare una serie di pasticci dannosi e inutili. Invece di riequilibrare il giorno dopo, restringevo in quello prima, affamandomi e predisponendomi all'errore.
Visto che le mie personali verifiche erano costellate da tanti SI', Elle decise che era non solo possibile, ma addirittura necessario, passare alla fase successiva. Terza tappa, ritrovare i propri punti di riferimento.
Non si trattava, qui, di persone-faro a fungere da mentore, tutt'altro!
Quando l'alimentazione è disturbata (e io sapevo che nonostante la mia meticolosità nel riuscire a mettere in pratica bene tutto quello che mi dicevano, la mia testa era ancora troppo incentrata su calcoli e terrore puro di ingrassare, quindi bella incasinata), lo sono anche i ritmi biologici e fisici: sonno, temperatura corporea, fame, sazietà, energia fisica e morale. Avevo la situazione sotto controllo, ma sapevo che sarebbe bastato un niente per ripristinare la totale anarchia che governava i miei ritmi solo poco tempo prima. Non era passato molto da quando mi nutrivo solo sotto la spinta compulsiva, dormivo male e di conseguenza ero sempre stanca e irritabile, depressa e sfiduciata, isolata da tutti e dal mondo, chiusa nella spirale cibo-vomito-cibo. E il pensiero di ripiombarci con tutte le scarpe mi atterriva. Dovevo esercitarmi a mantenere l'equilibrio in maniera automatica, riappropriandomene completamente, rifarlo mio in tutto e per tutto. Sapevo da Elle che senza il passaggio del riequilibrare i miei ritmi, sarebbe stato impossibile anche solo pensare a guarire: in particolare per le bulimiche, senza questo passo fondamentale non si va da nessuna parte.
Ma, e come sbagliarsi, per mettere in pratica dovevo capire. E Elle mi fornì tutte le informazioni necessarie.
Le nostre funzioni biologiche vitali sono completamente meccaniche. E sono regolate da numerosi meccanismi di rilevamento e modulazione all'interno del nostro organismo. Per esempio, la nostra temperatura è mantenuta costante anche quando quella ambientale varia. E lo stesso è per la quantità di zuccheri, proteine e grassi presenti nel nostro sangue. Dal buon funzionamento di tutti i fattori biologici dipende la nostra sensazione di benessere, perché quando si vive in armonia con il proprio corpo, ci si sente in forma e soddisfatti. Tutto si complica quando cerchiamo di modificare certe prestazioni del nostro organismo. Voler migliorare fisicamente è comprensibile, ma bisogna sempre tenere a mente i propri limiti, senza rischiare di entrare in conflitto con i propri istinti. E noi siamo parecchio esperte, in questo: facilitiamo la cristallizzazione del problema, assecondando la più completa anarchia, appunto, tra fame, sazietà e discernimento nella scelta degli alimenti.
Per uscire da questo circolo vizioso bisogna necessariamente mantenere il ritmo, tenendo ben presenti i punti fondamentali di riferimento e la sincronizzazione di tutte le funzioni biologiche: sonno, energia fisica, morale e fame sono strettamente collegati tra loro.
Punto primo, il ciclo solare.
Ricordavo bene come l'avessi sovvertito. Spesso mi ritrovavo impossibilitata ad abbuffarmi durante il giorno, così aspettavo che tutti dormissero per aprire le danze. E una volta finito...gira di qua e gira di là, il sonno non arrivava mai. Prima per le endorfine che avevo messo in circolo con il fattaccio, e poi per la fame che, inevitabile, subentrava. Di conseguenza, il giorno successivo vagavo per casa mezza rincoglionita, magari crollando tra le 18 e le 20 e precludendomi un'altra nottata di sonno ristoratore. Nervosismo, irritabilità, insoddisfazione, senso di fallimento...tutto alimentava la crisi successiva. E la solitudine, e le uscite mancate (che aria e sole aiutano eccome) e gli inviti rifiutati...mi negavo la vita, porca zozza. Spesso ho pensato che se avessi avuto un lavoro, avrei finito col perderlo. Semplicemente, spostando i miei pasti e le mie ore di sonno vedevo apparire ogni giorno di più una serie inquietante di segnali di sofferenza fisica e psicologica. Capivo che l'orario scelto per fare sport poteva incidere negativamente sul mio sonno, l'orario e la velocità dei miei pasti potevano far variare la mia sensazione di stanchezza o il mio umore, l'ora in cui mi ritrovavo con gli altri o mi isolavo incideva sulle mie emozioni e su tutte le altre attività. Se la bulimia sconvolge, per definizione, i ritmi dell'alimentazione (velocità, orari, frequenza), è anche suscettibile di compromettere tutti gli altri cicli dell'organismo. Li avevo ripristinati, ormai, ma dovevo consolidare il mio ritrovato stato di equilibrio.
Cominciai così a fare attenzione non solo a quel che mangiavo, ma anche alla regolarità con cui lo facevo. Gli orari dovevano essere fissi, eccetto casi eccezionali tipo inviti o imprevisti. Questa regolarità permette di ristabilire più velocemente i sincronizzatori dell'appetito, forzandoci a mangiare a quell'orario anche quando non abbiamo fame, o a resistere alla tentazione di farlo tra un pasto e l'altro. I benefici non sono immediati, ma alla fine arrivano.
Era importantissimo cercare di mantenere questo ritmo in ogni circostanza, anche dopo una crisi. L'errore da evitare come la peste è saltare il pasto in seguito ad un'ipotetica abbuffata, anche se accaduta poco prima: ciò equivale a concedersi il permesso per la crisi successiva (posso cedere, tanto non mangerò a cena per bilanciare).
Imparavo anche a mettere l'attenzione sulla velocità. CONDIZIONE ESSENZIALE PER TORNARE AD UNA ALIMENTAZIONE SERENA. E non c'è bisogno che scriva qui quanto sia difficile, per una bulimica, mangiare in un lasso di tempo normale. Noi divoriamo alla velocità della luce! Inizialmente ho dovuto cronometrarmi, oggi mi viene naturale, e il tempo giusto, più o meno, sono venti minuti per i tre pasti principali e dieci per i due spuntini. E sempre, sempre, sempre a tavola apparecchiata e per benino, che vuol dire parecchio.
E poi c'era il dormire regolarmente.
Elle mi diceva che un adulto dovrebbe dormire in media 8 ore a notte. E che l'ora in cui ti addormenti condiziona fortemente la qualità del sonno. Le ore migliori sono quelle attorno all'una di notte quando si produce una fase di sonno lenta e profonda e molto riparatrice, che dura circa quattro ore. Quindi si rileva che l'orario migliore per andare a dormire sia attorno alle 23. All'inizio è stato difficile addormentarsi a comando, ma aiutandomi con le tecniche di rilassamento e qualche piccolo trucco, ci sono riuscita. Non si capisce perché non dovrebbero gli altri...
Cercavo di evitare tutto quello che stimola alla veglia, per esempio l'attività fisica intensa, che solo apparentemente concilia il sonno, in realtà eccita. Cercavo di leggere un po', che mi distendeva, e mi concedevo sempre una doccia molto calda. Al mattino mi alzavo presto, anche quando avevo faticato a prendere sonno, e non dormivo mai durante il giorno. E se mi capitava di non riuscire proprio a prendere sonno, mi rialzavo prontamente dal letto e mi mettevo a fare qualcos'altro, tipo scrivere un post o stirare. Roba silenziosa per non rischiare il divorzio, insomma.
Infine, sono passata a regolare le varie attività, che anche qui tendevo a fare troppo di testa di mia. Sia essa fisica, sociale o intellettuale doveva essere regolata da ritmi organizzati. Anche qui, all'inizio si fa fatica, ma poi subentra l'abitudine a quella normalità tanto anelata. E le cose si semplificano. Avrete senz'altro notato che durante i periodi di restrizione e dimagrimento ci si sente in forma e pieni di slancio, mentre in fase depressiva e ripresa di peso subentrano apatia e passività. Toniche e in piena forma, si è tentate di aumentare il vantaggio, aggiungendo alle restrizioni un'attività fisica più intensa per bruciare calorie e aumentare la massa muscolare. Oppure si studia di più o si esce di più. Ma queste fasi sfociano, prima o poi, in una tendenza opposta ancora più penosa. Quindi si deve evitare sia l'eccesso che l'assenza di attività, dato che iperattività e passività sono fattori di mantenimento della malattia. La cosa migliore da fare, al solito, è programmare. Per i primi tempi si dovrà stilare un piano delle varie attività esattamente come si fa con l'alimentazione. Ma dura poco, tranquille, basterà trovare il ritmo e poi non si dovrà schematizzare più nulla.
A poco, a poco cominciai a riconoscere qualcosa che era da tanto non provavo più: equilibrio. Dopo anni di caos, si riaffacciava la superba sensazione di benessere alla quale non avrei più potuto rinunciare. Scoprendo che è proprio l'equilibrio il vero controllo sulla situazione. Dopo, è stato facile anche affrontare giornate in cui gli orari non potevano proprio essere rispettati e il mio ritmo non poteva seguire la sua onda, perché avevo i miei punti di riferimento ben presenti. Senza questo passo, credo che sarei rimasta a vita intrappolata e prigioniera di uno schema che non poteva essere modificato neppure di una virgola, pena una bella ricaduta.
Mi fermo qui anche se avrei ancora tanto da dire, lo farò al più presto.

ladyCo @ 10:52 | commenti: commenti (9)(popup)

Chi è il "Binge Eater"?

Archiviato il sabato, 09 agosto 2008 in: binge eating disorder, che cosho

"Gli psicologi mi vedono soltanto grassa, i dietologi solo fuori di testa."

Molte persone, tra cui anche numerosi medici, si trovano in difficoltà nel gestire il Binge Eating Disorder, o BED. Ciò non ha agevolato per nulla l'approccio terapeutico: tutt'oggi alcuni ricercatori lo ritengono una patologia a sè stante, altri una variante della bulimia nervosa, altri ancora uno stile alimentare che incentiva l'obesità senza alcun connotato psichiatrico.
Io lo tratterò come uno specifico disturbo dell'alimentazione, come moltissime tesi ad oggi sostengono.

Iniziamo subito a vedere di cosa si tratta. Innanzitutto, a differenza degli altri disturbi alimentari, nella maggioranza dei casi il pensiero del binge eater non è estremamente volto all'ossessione sul cibo e sulle forme corporee. Diversamente dalla bulimia nervosa, la restrizione alimentare, con conseguente diminuzione dell'introito calorico, non sembra avere un ruolo centrale nel meccanismo che innesca le abbuffate. Di solito, esse sembrano molto più indotte dalla difficoltà nel gestire le emozioni e nel controllare gli impulsi.

Analizziamo subito, dunque, il sintomo cardine del BED: le abbuffate. Esse vengono definite come l'introduzione, in un tempo solitamente limitato, di una quantità di cibo significativamente superiore a quella che la maggior parte delle persone non affette da un disturbo dell'alimentazione mangerebbe nello stesso tempo e nella medesima situazione. Durante l'abbuffata, inoltre, si percepisce un senso di perdita di controllo: "non riesco a fermarmi, non so cosa mi succeda, mi accorgo solamente dopo del cibo che manca in frigo...". Pertanto non si considerano abbuffate le eccessive introduzioni di alimenti di cui il paziente ha piena coscienza, ad esempio chi esagera con il cibo durante una festa o chi si serve più volte di un piatto che gli è particolarmente piaciuto. Spesso l'abbuffata avviene in solitudine, solitamente per un forte senso di vergogna, e rapidamente, senza che venga avvertita una necessità fisica. Per diagnosticare il BED, solitamente si verifica che le abbuffate avvengano in media almeno 2 giorni alla settimana per un periodo di circa 6 mesi: in effetti può sembrare tanto (di solito si diagnostica la bulimia nervosa dopo 3 mesi di comportamenti disfunzionali), però a differenza degli altri DCA esso può essere dovuto maggiormente a qualche situazione precisa ed è più difficile riconoscere l'inizio e la fine di episodi di eccesso alimentare (infatti non si conta il numero delle abbuffate, ma i giorni in cui si verificano). Ad ogni modo, personalmente ritengo che il tempo sia un criterio estremamente variabile e soggettivo: è molto più importante il COME si verificano le abbuffate che non la quantità. A differenza della bulimia, non sono presenti regolari meccanismi compensatori e, qualora siano presenti, sono vissuti in modo estremamente diverso: a differenza del paziente bulimico, che si preoccupa di recuperare il controllo sul proprio peso, il binge eater si concentra molto di più alla contemplazione della passata abbuffata, in modo autocritico e disfattista.
Da alcune analisi, risulta che molti binge eaters utilizzano cibi differenti per l'abbuffata a seconda dello stato emotivo; stesso dicasi per la quantità del cibo ingerito. Ad esempio, molti pazienti definiscono "corposi" i cibi che ingurgitano quando si sentono ansiosi (alimenti soprattutto salati e grassi), mentre "che si sciolgono in bocca" quando si sentono depressi (alimenti dolci e cioccolatosi). Allo stesso modo, le maggiori quantità di cibo sarebbero assunte in risposta all'ansia, mentre l'umore depresso spingerebbe a ricercare cibi particolari di cui sono sufficienti quantità minori: la quantità è ansiolitica, la qualità consolatoria. Ma anche qui si tratta di criteri generici e molto legati alla soggettività di ciascuno; se ci sarà interesse, approfondiremo anche questo discorso!

Direi che per oggi c'è abbastanza materiale su cui riflettere! :-)
Facciamo un piccolo schemino riassuntivo per raccogliere tutte le informazioni che abbiamo imparato!

Criteri diagnostici del Binge Eating Disorder:
A)
Episodi ricorrenti di abbuffata. Essa è caratterizzata in particolar modo da:
      1) mangiare in un periodo definito di tempo una quantità di cibo indiscutibilmente maggiore a quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nelle stesse circostanze;
      2) sensazione di perdita di controllo sull'alimentazione durante l'episodio.
B) Le abbuffate si associano ad almeno 3 dei seguenti sintomi:
      1) mangiare molto più rapidamente del normale;
      2) mangiare fino a sentirsi spiacevolmente pieni;
      3) mangiare grandi quantità di cibo anche se non ci si sente fisicamente affamati;
      4) mangiare in solitudine perchè ci si vergogna;
      5) provare disgusto verso di sè, depressione e senso di colpa dopo ogni singolo episodio.
C) E' presente marcato disagno nei confronti del comportamento alimentare.
D) Le abbuffate avvengono, in media, almeno 2 giorni alla settimana per un periodo di 6 mesi.
E) Gli episodi non si associano all'uso regolare di inappropriati comportamenti compensatori (vomito autoindotto, lassativi, digiuno, esercizio fisico eccessivo, ...) e non avvengono esclusivamente nel corso di anoressia o bulimia.

Allora, gente! Riappropriamoci del senso critico che a molti di noi è stato tolto per colpa del DCA e dibattiamo anche su questo argomento! Che ne pensate? :-)



5647382910 @ 15:16 | commenti: commenti (22)(popup)

E inoltre

Archiviato il martedì, 05 agosto 2008 in: problem solving, il mio percorso, dominare le crisi
 

Scusatemi, ma ieri non ce l'ho proprio fatta a postare.
Comunque eccomi qua, con qualche considerazione in più.
Infatti, prima di passare alla tappa successiva ci sono ancora diverse cose da dire.
Innanzitutto ricordatevi sempre che per passare da una fase all'altra dovete fare la vostra personale verifica. Niente di che, giusto qualche domanda scritta alla quale dovete rispondere per iscritto: scrivere è essenziale, vi pone inequivocabilmente sotto gli occhi la realtà, l'andamento, gli eventuali progressi e non vi permette di barare con voi stesse, che siamo bravine in questo. Ritagliatevi cinque minuti solo per voi, sedetevi e rispondete:

  • mi sono monitorata?

  • Posso migliorare il mio monitoraggio?

  • Stanno emergendo gli schemi tipici della mia alimentazione?

  • Mi sto pesando una volta alla settimana?

  • Programmo ogni giorno pasti e spuntini regolari?

  • Cerco di mangiare solo pasti e merende?

  • Salto qualche pasto o spuntino?

  • Le pause tra i pasti e gli spuntini sono più lunghe di tre/quattro ore?

  • Mangio tra un pasto e l'altro?

  • Mi rimetto in carreggiata quando qualcosa va storto?

  • Cambio gli orari dei pasti se c'è qualche situazione particolare?

  • Sto seguendo le indicazioni riguardo al vomito autoindotto e all'abuso di lassativi e diuretici?

  • Ho ideato una lista di attività alternative?

  • Sto registrando la voglia di abbuffarmi tra i pasti e le merende?

  • Utilizzo la mia lista di attività alternative quando se ne presenta l'occasione?

  • Riesco a ritardare, programmare o schivare e deviare certe crisi?

  • Il numero delle crisi è diminuito?

  • Potrei migliorare l'uso che faccio delle attività alternative?

Ecco. Non è possibile specificare quanto dovreste soffermarvi in questa tappa, dal momento che non possiamo sapere se avete l'opportunità di utilizzare tutte le tecniche e strategie. Chiaramente, però, se la revisione che fate indica che avete voglia di mangiare al di fuori dei pasti stabiliti e non riuscite a resistere, dovreste aspettare. Che mica ci corre dietro qualcuno. Come già ho detto, l'uso proficuo dei trucchi e delle strategie richiede pratica. Voi approfittate di ogni opportunità per usarli, ma non scoraggiatevi MAI. Si insiste e si insiste, e alla fine ci si riesce. Garantito.
Una strategia di cui mi sono dimenticata di parlare e che è stata usata anche con me, prevede un “jolly” da giocarsi una volta a settimana. Mi spiego. Emerse, lungo questa mia tappa, che pur riuscendo a ritardare, schivare, deviare e programmare, rimaneva comunque una caduta ogni tanto difficile da debellare: avevo letteralmente paura di compiere il passo del definitivo abbandono dei miei attacchi bulimici. Così mi proposero il jolly. Potevo permettermi una crisi a settimana, per un arco di tempo di alcune settimane (me ne servirono tre). Dovevo però fissare in anticipo il giorno e il momento. Al di fuori di questa scadenza non dovevo avere, o meglio assecondare, attacchi di bulimia. Giuro, si rinuncia spontaneamente all'attacco di voracità. E ci si riesce ancora meglio se si adotta un ulteriore trucchetto che personalmente ho molto gradito: mettete via i soldini risparmiati evitando una crisi e usateli per comprarvi qualcosa che gradite e che invece di sparire nel cesso vi rimane. Non avete idea della mole del mio guardaroba attuale, grazie a 'sta tecnica...
Certamente chi è seguito con una buona psicoterapia è senz'altro avvantaggiato, visto che il terapeuta è sempre a disposizione per parlare, anche telefonicamente, con il paziente ogni volta che si manifesta una crisi fisica o psichica, ma per tutte coloro che un professionista non ce l'hanno ancora, consiglio di stabilire un contatto, o con questo blog dove chiunque legge, e non solo la sottoscritta, ha la libertà di sostenervi al meglio, o instaurando rapporti in privato con altre lettrici. Cercate di sbloccare l'isolamento al quale inevitabilmente ci costringiamo, è importante e vi renderà tutto più semplice.
Ulteriore aspetto importante di questa fase è il problem solving.
Se vi siete monitorate bene anche sotto il punto di vista sociale, a questo punto sapete bene cosa, chi e perché riesce a stuzzicare in voi malsani istinti. Abbiamo ormai imparato ad usare le attività alternative della nostra lista, ma sappiamo bene che in certe circostanze può non essere sufficiente pettinare il gatto o riordinare la libreria: personalmente, se mi fanno incazzare di brutto trovo estremamente difficile distrarmi, qualunque sia l'attività alternativa che ho a disposizione. Grazie alle mie iniziali carenze nelle abilità sociali e nell'assertività, presentavo una bassa autostima e una accentuata paura del giudizio degli altri. Tutto questo mi creava molte difficoltà nelle relazioni interpersonali e nella normale routine quotidiana. Questo mi impediva di esprimere la mia opinione, soprattutto se era contraria a quella dell'interlocutore di turno, trasformando una discussione animata in una specie di ascesa al patibolo, cancellando ogni possibilità di far valere i miei diritti, vivendo la parola “no” e il rifiuto in modo tanto penoso da bloccare anche solo l'idea di fare una richiesta. Risultato: e vai con l'abbuffata! Imparare il piano di problem solving permette di orientarsi verso mete decisamente più soddisfacenti. Anche qui, s'impara con la pratica, gradualmente, a forza di tentativi. Ecco i passaggi:

  • identificare il problema

  • descriverlo nei dettagli

  • fare un elenco di tutte le possibili soluzioni

  • esaminare i pro e i contro di ogni soluzione

  • scegliere la soluzione che sembra migliore

  • metterla in atto

  • controllare il risultato

Detto così, pare 'na stronzata, ma chiedete a Numbers che cosa le è successo mentre era qui...:)
Provate a farlo, anche solo in maniera abbozzata e vedrete che, per chi non è abituato a ragionare in termini operativi, non è tanto facile come sembra. Può capitare di focalizzarsi sul problema sbagliato o di non considerare correttamente le varie soluzioni. Può anche capitare di non riuscire ad applicare la soluzione scelta. Si pensa subito che il processo sia troppo articolato e lungo, mentre in realtà con la pratica e l'abitudine diventa automatico.
Okay, conviene che mi fermo qui, che troppa roba al fuoco si smaltisce male.
E ricordate, siamo sempre a disposizione, niente ferie da 'ste parti...


ladyCo @ 12:00 | commenti: commenti (43)(popup)

Dominare le crisi - Parte Due

Archiviato il sabato, 26 luglio 2008 in: dominare le crisi

Bene, passiamo quindi alle tecniche.
Ricordo a tutte, innanzitutto, che all'inizio si ha come l'impressione di essere un po' troppo legate a trucchi e strategie, quasi a rimpiazzare un'ossessione con un'altra. Beh, non dura a lungo. Andando avanti a tentativi, ognuna si appropria poi della tecnica che le è più congeniale, oppure ne alterna più di una, in maniera assolutamente naturale, per poi abbandonare il metodo col tempo senza neppure rendersene conto. Insomma, state certe che non diventerete una sorta di marionette costrette a vita a seguire certi espedienti.
E veniamo al dunque.
La tecnica principe, ahimè, consiste proprio nell'alimentazione meccanica. E registrata. Lo so, in molte storcerete il naso...e che palle, ancora scrivere e scrivere questo infernale diario, eppure vi assicuro (e non mi stancherò mai di ripeterlo così come è stato fatto con me) che è un mattone necessario e indispensabile.
Le persone con un rapporto problematico con il cibo provano ansia ogni volta che pensano alla pasta, al pane, ai biscotti, al formaggio, ai dolci. Si paragona questo ad una vera e propria fobia. L'alimentazione meccanica è un programma prestabilito, un po' come prendere un farmaco, che va assunto indipendentemente da come ci si sente e da ciò che si desidera. Se il medico vi prescrive un antibiotico da prendere ogni 8 ore, mica pensate “stasera la pasticca non mi va, la prendo domani”. E' una medicina, la ingoiate e festa. Il piano alimentare prevede tre pasti e due spuntini (va bene anche uno). L'apporto calorico dovrebbe partire da 1000 calorie per salire gradualmente. E sarebbe bene regolarsi con le porzioni senza mettersi a fare calcoli ogni volta: si impara ad occhio la quantità che prevede una porzione (da qualche parte tra i commenti di un paio di post fa ce n'è uno di Isabella che chiarisce bene la questione) e la bilancia la si butta via. Ma se all'inizio sentite l'esigenza di contare, fatelo pure, tanto la perderete.
La scelta degli alimenti è personale, ognuno sceglie quello che vuole, anche se l'optimum sarebbe essere seguiti da un buon nutrizionista. Per chi non può, per motivi suoi, tramite questo blog può approfittare del mio, Isabella.
L'essenziale è che non trascorrano più di tre/quattro ore tra un pasto e l'altro, per evitare i pericoli della deprivazione. Chi si è perso nel deserto e ha patito la sete o la fame si butta come un tossicodipendente su tutto ciò che capita non appena ne ha l'occasione. Film già visto, cambiamo copione, dice sempre il prof.
Bisogna influenzare il comportamento alimentare sbagliato sostituendolo gradualmente con quello giusto. E prendendo nota di quel che si mangia, si potranno apportare le eventuali correzioni. Non si deve necessariamente aumentare di peso, ma non si deve neppure cedere alla tentazione di voler dimagrire a tutti i costi, sicchè usiamo la testa nel farci il nostro piano alimentare. Importantissimi sono gli orari, più degli alimenti e delle quantità. A questo punto del percorso è importante mangiare quando il piano lo prevede e non regolarsi con le sensazioni di fame o sazietà (che sono sballate, e di molto). Uno schema regolare sarebbe:

8,00 Colazione

10,30 Spuntino

13,00 Pranzo

16,00 Spuntino

20,00 Cena

Ma va da sé che ognuno rispetterà i propri orari.
Questo è l'unico modo per reimparare cos'è la fame davvero.
Poi stilate una lista di attività alternative, quelle che volete, quelle che vi attirano di più (so di una ragazza che ha scritto tra le sue “portare le scarpe dal calzolaio”). L'essenziale è scegliere attività attive e non passive, fare qualcosa (guardare la televisione non è un'attività attiva). Questa lista dovreste tenerla sempre con voi, comunque disponibile nei momenti difficili.
E supponiamo che, nonostante i pasti regolari e tutta la buona volontà, l'impulso all'abbuffata arrivi.
Ricorrete alla lista e scegliete una tra le attività descritte.
Esempio. Si è già cenato, può darsi vi sia rimasta fame o può darsi che abbiate la sensazione di aver mangiato troppo. In un caso come nell'altro sappiamo di essere a rischio. Devono succedere tre cose:

  • deve passare del tempo (30' minuti sono sufficienti a far drasticamente calare l'impulso)

  • dobbiamo renderci difficile l'abbuffata

  • bisogna fare qualcos'altro, possibilmente qualcosa di piacevole

Regolandovi, scegliete dalla vostra lista, e provate.
Non si riesce subito, ma la pratica ripaga. Diventerete abili innanzitutto nel riconoscere il più presto possibile la voglia di abbuffarvi e poi nell'affrontarla.
Se vi trovate in uno di quei momenti in cui la voglia di fare è pari a zero (la sottoscritta ne sa qualcosa), c'è un'alternativa, altrettanto valida. Se avete tenuto una costante registrazione della vostra alimentazione, guardatela e riflettete sul tipo, l'evoluzione e l'andamento degli attacchi bulimici. Con quanta più precisione e chiarezza riuscite a confrontarvi con la vostra bulimia, migliori sono le premesse e anche la motivazione per superarla gradualmente. Mi diceva Ellepuntato che si sorprende spesso dell'approssimazione con cui le sue pazienti conoscono i particolari del proprio comportamento. Fatevi queste domande:

  • quanto tempo mi ci vuole al giorno e alla settimana per procurarmi il cibo, organizzare gli attacchi, metterli in atto ed eliminare le tracce?

  • ho un'idea di quanti attacchi ho avuto finora?

  • 100, 200, 300 o addirittura migliaia?

  • quanto costano gli alimenti che assumo e poi vomito?

  • quanti soldi avrò già speso?

  • sono mai stata colta in flagrante?

  • se e con quale frequenza i miei attacchi provocano discussioni in famiglia?

  • quante volte ho promesso a me o a altri di non farlo più?

E una volta risposto a tutto ripetetevi che NON SIETE COSTRETTE A MANGIARE SMODATAMENTE, LO FATE PERCHE' LO VOLETE. E POTETE SMETTERE, NON SCHIACCIANDO UN BOTTONE, O DALL'OGGI AL DOMANI, MA PER GRADI.
Non siete in balìa degli altri, né della malattia, anche se talvolta si può avere questa impressione: è solo più comodo pensare che le cose stiano così, perché così evitate di assumervi ogni responsabilità. Sappiamo che in molte, anche dopo lunghi anni di malattia, hanno vinto la loro lotta, non si capisce perché non ci si possa fare anche noi, non aspettando che si verifichi un miracolo, ma agendo senza lasciarci scoraggiare dagli insuccessi. Fate del superamento dei vostri attacchi bulimici un impegno vostro.
Se neppure questo vi distoglie, ecco una serie di stratagemmi.
                             
Crisi ritardata
E' un po' il punto precedente, ma un filo più particolareggiato.
1.Fissate innanzitutto un lasso di tempo realistico per cercare di resistere. E non iniziate con termini da gare olimpiche, tipico nostro. Anche tre minuti, per cominciare, vanno bene, sono sufficienti a mettere alla prova la determinazione. Se fallite, riducete la prossima volta, anche un solo minuto di ritardo è terreno guadagnato sulla malattia. Se riuscite, allungate. Finchè troverete il vostro tempo e la crisi sarà annullata.
2.Rilassatevi
Ognuno con la tecnica sua. A me ne hanno insegnate diverse, ma se mi metto a scriverle qui, facciamo natale. Comunque chiedete se avete bisogno.
3.
Passata la crisi
Scrivete quanto a lungo è durato il vostro controllo. E la prossima volta partirete da quel tempo lì, aumentando i minuti via, via. Tipo, se avete resistito dieci minuti, cercate di resisterne dodici la volta dopo, e così via.
                      
Crisi programmata
Appena sentite che arriva, non subitela, programmatela.
1.Scegliete il luogo, e che sia diverso dal solito. E' essenziale capovolgere le abitudini (ho già raccontato a qualcuno che una volta mi sono apparecchiata in bagno)
2.
Preparate il necessario con calma. Cioè, cucinate con attenzione, preparate tutto nei dettagli, senza fretta. Serve a rimandare. Una di voi ha provato questo punto, si cucinò dei tortellini al sugo al posto di ingoiare pizzette e roba così come in genere faceva, e una volta pronto il piatto ha finito per buttare via tutto. L'impulso era andato e lei si sentì persino ridicola. 3.Mangiate più lentamente. Apparecchiate il vostro posto con cura, ovunque sia, curate i dettagli e tentate di masticare piano e a lungo. E' difficile, lo so, ma questo esercizio rende la perdita di controllo parziale. Provare per credere.
                          
Crisi deviata

Qui si agisce sull'oggetto, cioè sul cibo.
Se vi siete monitorate (vedete che serve sempre?) sapete quali alimenti sono particolarmente connessi alle crisi. Che in genere sono i più buoni e quelli che si accettano con maggiore difficoltà in un pasto normale. Beh, dovete cambiarli.
1.
individuate gli alimenti che vi piacciono e che non vi suscitano ansia nel mangiarli. Che ne so, frutta o yogurt o cereali. Qualsiasi cosa in genere riuscite a buttar giù con serenità e che non usate per le crisi.
2.
Fatene una provvista, vi servirà. E tenete tutto a portata di mano.
3.
Se avete scelto della frutta, e dopo due/tre pezzi vi sentite piene, non mangiate oltre: avrete evitato una crisi completa e quindi fatto un passo da gigante verso la soluzione.
4.
Al pasto successivo mangiate normalmente quanto previsto. La crisi, anche se deviata con successo, non deve incasinare il vostro schema.
                             
Crisi schivata
E' molto simile alla “ritardata”, ma qui le attività alternative devono essere più impegnative perché l'unico risultato possibile è non abbuffarsi.
Nella crisi ritardata si lavora sulla riconquista di un certo controllo sulla crisi, sforzandosi di non cedere ai primi impulsi, nella schivata si presuppone che quel controllo è già stato riconquistato e quindi si mettono in atto alternative che non possono che rimpiazzare l'impulso.
Ciascuna di queste tecniche, e ve lo posso assicurare, aumenta la sua efficacia nel tempo.
Per la miseria, cinque pagine di words...devo fermarmi.
Ma ci sarebbero così tante cose da dire! Vedrò di aggiungerle nei prossimi giorni.


ladyCo @ 19:59 | commenti: commenti (47)(popup)

Dominare le crisi - Parte Uno

Archiviato il giovedì, 24 luglio 2008 in: dominare le crisi
 

Già ho scritto quanto fu difficile, per me, passare a questo step.
In primis avevo paura: ero ancora immersa in quello stato mentale tipico che ti fa ripetere, qualunque cosa TU ti ripeta, “seee, con te non funzionerà...potrai provarci all'infinito, ma bulimica sei e bulimica resti. E poi, bellina, con cosa nascondi tutto il resto? Che aiutino t'inventi questa volta? Perché tu lo sai che ne hai bisogno...”.
Inoltre, inutile negarlo, mi era congeniale quello stato di grazia in cui mi trovavo. Potevo mangiare e vomitare legittimata dal medico, meglio di così...
Solo che c'era una terza cosa in mezzo a queste due, una sensazione leggera ma terribilmente fastidiosa, pronta a spuntar fuori e togliermi il senso di soddisfazione all'improvviso, un qualcosa di simile alla punta microscopica di un sassolino che ti s'è infilata nella scarpa, che non ti punge ad ogni passo, ma ogni tanto sì, a seconda del movimento che fai col piede. Inevitabile pensare a quanto sarei stata bene se questa sensazione non ci fosse stata. I tentativi ripetuti di andare a scoprire cosa fosse, mi hanno fatta decidere. Okay, mi venisse un colpo se so cosa sei, ma ti debello, non ne posso più, mi butto nella fase successiva.
Mangiare regolare e senza vomitare. Hai detto niente...
Giuro che ci provai forte, per quanto quel “mangiare regolare” mi spaventasse più del “e senza vomitare”.
Il primo giorno me lo ricordo come fosse ieri.
Ellepuntato mi aveva debitamente istruita, sapevo cosa fare o non fare in caso di attacco, e da una parte ero anche curiosa di testare la mia forza, la mia volontà. Mi alzai ben determinata: mi presi un bel caffè, mi feci uno schema “difficile” di sudoku seduta sul cesso, la mia bella doccia, mi vestii con cura e guardai alla giornata davanti con aria di sfida.
Crollai alle ore 16 e poco più. Miseramente, nel senso che neppure lottai un po'. Sapevo che prevenire era meglio che curare, e che era essenziale evitare il meccanismo che innescava la bomba. Il punto tragico fu che non ci fu nessun meccanismo innescante. Fu il mio pensiero ossessivo e continuo a farmi crollare. Non devi cedere, non devi cedere, non devi cedere, e indovina...capitolai. Il senso di schifo fu pari alla sensazione di fallimento, e mi trascinai lungo quella prima giornata come un automa, sofferente ma impassibile, dolorante ma senza reazioni. Il prof, alla mia telefonata singhiozzante ma neanche troppo, rispose con tono pacato e assolutamente sereno: mi meraviglia che tu ti aspettassi di non cedere, non il fatto che tu abbia ceduto.
Quella volta mi fece sul serio incazzare.
Ti sto dicendo che io non ce la faccio e tu mi rispondi che era esattamente quello che ti aspettavi? Ma allora è vero, io sono un'inetta...
"
Riesci ad aspettare che il fango si depositi?”
E aggiunse, non voglio una risposta ora, né intendo darti altre spiegazioni, meditaci su.
E mi lasciò così.
Ah, se ci pensai! Rileggevo le strategie di Elle e pensavo al fango, preparavo la cena e pensavo al fango, stiravo e pensavo al fango, uscivo a passeggio e pensavo al fango, facevo l'amore e pensavo al fango. Si deve depositare, si deve depositare, si deve depositare...
Intanto passavano i giorni e ogni giorno io avevo la mia brava crisi. Che naturalmente non riuscivo a fronteggiare. Misi in atto tutte le strategie. Avevo la mia lista delle cose da fare al posto di: telefona a un'amica, esci per una passeggiata, fatti un bagno caldo seguito da tremila coccole, ascolta della buona musica, canta, pulisci casa, fai l'amore se tuo marito è in casa. Io, nell'ordine, pulivo casa, uscivo per una passeggiata, facevo un bel bagno e mi coccolavo cantando, ascoltavo Otis Redding, telefonavo a un'amica, facevo l'amore con mio marito E poi mi abbuffavo e vomitavo. Ecco. E sempre col pensiero di quel fango che mi martellava il cervello. A colazione mangiavo bene, a pranzo non c'era male, nel pomeriggio crisi e per cena un piffero, tanto per gradire. Un vero disastro.
Ti stai monitorando? Sì.
Ti pesi solo una volta a settimana? Sì.
Metti in atto le strategie fornite per combattere le crisi? Sì.
Hai smesso di vomitare? No.
E quel no voleva dire, resta ancora in questa fase.
Dopo due incontri in cui un Elle tutto sommato sorridente mi disse che dovevo ancora lavorare a quel livello, qualcosa cambiò.
Ancora oggi sono definita dai miei addetti ai lavori bulimica da sei anni e anoressica dagli occhi alla bocca, cioè per un breve periodo di tempo. L'anoressia, con me, ha durato un mesetto, non di più, ma tanto m'è bastato per credere al dolore che raccontano le anoressiche con anni di malattia alle spalle.
A-tro-ce.
Con la bulimia nervosa tu hai fame. Se tutto va bene e sei ben seguita, puoi anche riuscire a passare indenne una giornata o più, mangi i tuoi pasti regolari e ti ripeti che stai bene, cerchi di distrarti e scacciare la tentazione, ti sforzi di contrastare qualche cosa.
Con l'anoressia è molto diverso. Tu hai fame. Sempre. I tuoi pasti regolari, per quanto esigui, ti sembrano un'enormità, comunque una quantità inaccettabile. Più senti fame e più ti entra nelle ossa una subdola sensazione di onnipotenza (ho fame = sono forte, io, perché resisto, controllo). Ti distrai e cerchi di scacciare l'impulso di mangiare e CE LA FAI, maledizione. Da contrastare non c'è un bel niente, a quel punto, rimangono solo robe da assecondare. E sei del gatto.
Al mattino ti alzi e ti tocchi le ossa, mangi una fettina di ½ cm di spessore di anguria e ti autoconvinci che sei piena come un otre, bevi un caffè e ti ripeti che è più che sufficiente, ti pesi e quel chilo in meno ti pare una conquista, un premio più che meritato. E la notte ti addormenti col pensiero che domani, sì domani andrà meglio, qualcosa in più ti concederai. Finchè ti ritrovi seduta, a 41 chili vestita, davanti ad uno yogurt 0,1% di grassi e ti accorgi che la tua mano trema vistosamente mentre porta il cucchiaino alla bocca. Destinazione che, naturalmente, non raggiungerà mai.
Io non posso più mangiare.
Non che il prof e Ellepuntato non si fossero accorti del cambiamento di rotta, intendiamoci. Continuavo ad andare regolarmente ad incontri e sedute, consegnavo le schede del mio monitoraggio, raccontavo ogni cosa senza tralasciare nulla. Avevano la situazione totalmente sotto gli occhi. Il primo mi ripeteva di lasciar depositare quel cazzo di fango e il secondo cominciava a considerare la possibilità di una new entry, la nutrizionista.
Nel mezzo c'ero io, con gli occhi grandi come due uova, il viso incavato, il colorito spento e un jeans taglia 25 che mi ballava da tutte le parti. E un paio di mancamenti vittoriani al giorno, naturalmente.
Ma alle volte l'unico modo di fare una cosa è farla.
Io dovevo mangiare, a costo di rischiare una crisi bulimica e conseguente visitina al cesso, e in questa direzione m'incamminai. Lasciando al fango il tempo di depositarsi.
Avevo capito infatti, a forza di elucubrazioni alquanto elaborate, un concetto semplice col quale mi sentii immediatamente a mio agio: la mia esigenza era quella di smettere di agire nel vecchio modo, o tutto o niente, poco importava quale dei due, senza soffrire inutilmente in attesa degli eventi futuri (digiunerò, vomiterò). Dovevo dare il tempo a questo impulso di svanire, senza accusarmi o infierire su di me. Sarebbe stata la mia passione a condurmi fuori dal tunnel, non la fatica, l'obbligo, di riuscire ad ogni costo. Sarebbe stata la ricerca di motivazioni forti e non il forzare la mia volontà a portarmi fuori dall'inferno. Sembrava un paradosso, ma dovevo semplicemente imparare ad essere più spontanea, e il primo passo in questo senso era diventare consapevole della forzatura a cui mi sottoponevo, in una direzione o nell'altra.
E ricominciai da capo la seconda fase.
Lista delle cose da fare al posto di, tecnica di crisi ritardata, tecnica di crisi programmata, tecnica di crisi deviata e tecnica di crisi schivata.
La crisi ritardata è la tecnica che con me ha funzionato meglio e che tutt'oggi uso. Perché parliamoci chiaro, il desiderio di abbuffarsi non se ne va, scordatevelo. Quello rimane come a ricordare chi eri e da che cosa sei passata, anche quando ti sei guardata, studiata e risolto tutto quel che c'era da guardare, studiare e risolvere. E' un marchio a vita, temo. E quel “temo” lo potrei anche togliere, visto che la mia tesi è confermata da chi ne sa più di me.
Ecco qua, è uscita la mia solita lungagnata. Meglio che mi fermo, la prossima volta descriverò in dettaglio le tecniche, troppa roba tutta insieme non va bene.
Solo una cosa, inerente: ho cominciato a scrivere questo post con un'indicibile voglia di scofanarmi la zuppiera di riso freddo che troneggia in frigo. Realizzo ora, a post concluso, che è svanita nel nulla tante righe fa.
Per dire, questa è una crisi ritardata.

ladyCo @ 15:30 | commenti: commenti (36)(popup)

I miei "Numeri"

Archiviato il lunedì, 21 luglio 2008 in: inizio, novità, il mio percorso

Buongiorno a tutte e tutti!
Potete chiamarmi 5647382910, o più semplicemente Numbers o Numb (Numberina è prerogativa di LadyCo =D ). Questo buffo nickname era scaturito dalla volontà di "spersonalizzarmi", di diventare, appunto, solo un numero qui sulla blogsfera; si trattava di un periodo in cui sentivo questa forte esigenza e così, pian pianino, mi sono affezionata a questo nome in codice che mi ha visto soffrire molto, ma mi ha insegnato tanto. Ma lasciate che vi racconti la mia storia a grandi linee. Ci sarebbe molto di più, ma si tratta di argomenti che, eventualmente, verranno fuori post per post.
Dal punto di vista alimentare, posso dire di aver sofferto di Binge Eating Disorder per molti anni in passato. Mangiavo in modo incontrollato soprattutto quando ero a casa da sola, o quando avevo un supermercato sottomano da saccheggiare. Non avevo mai identificato un disturbo vero e proprio, nè ero sovrappeso secondo il BMI. Ero cicciottina, sì, e non mi piacevo per niente, tuttavia non ho mai fatto nulla per evitare o per reagire a questa situazione. Sono stata obbligata a fare una visita dietistica in ospedale e un paio da una dietista privata, ma ho sempre rifiutato l'idea e rispettato ben poco quello che mi veniva detto. In concomitanza con gli ultimi due-tre anni di BED ero seguita da Neuropsichiatria per altri motivi; non ho mai affrontato la tematica alimentare in modo approfondito, perchè non mi sembrava una cosa problematica, nonostante mi abbia fatto soffrire più di quanto io stessa volessi ammettere. All'inizio del 2007 ho deciso di smettere con la psicoterapia, visto che avevo l'illusione di stare molto meglio. In quel periodo era iniziata una relazione con una persona che dava all'aspetto un'importanza notevole e mi faceva pesare i miei "difetti" fisici in modo straordinariamente subdolo. Poco tempo dopo, è iniziata la bulimia nervosa in modo abbastanza atipico: mangiavo normalmente (anche meno per i miei standard precedenti) e poi vomitavo metodicamente. Non c'è voluto molto tempo prima che iniziassero le abbuffate vere e proprie. Questa situazione si è protratta per numerosi mesi, durante i quali ho anche usato lassativi e fatto esercizio fisico fino allo sfinimento. Nel frattempo, soprattutto da settembre, sono piombata in una situazione depressiva molto forte. Da ottobre ho iniziato a farmi seguire dal Centro per i DCA della mia città. Dall'inizio del 2008, molte cose sono cambiate. La relazione con quell'idiota (lasciatemelo dire!) è terminata, il vomito smesso (salvo circa tre ricadute), così come l'attività fisica e l'uso di lassativi. Però è tornato il BED.
Ora come ora sto lottando contro un disturbo abbastanza difficile da classificare, perchè mischia bulimia, BED ed anoressia. Le cose, però, stanno andando molto molto molto meglio e credo che questi residui ormai blandi di disturbi siano il segnale di una buona via verso la guarigione.
Per quanto riguarda la mia terapia, essa non è metodica come quella di LadyCo, non prevede delle tappe e degli obiettivi veri e propri. Io vi propongo un approccio diverso dal suo, non per questo più o meno valido. I miei post riguarderanno soprattutto mie riflessioni su letture, discorsi con specialisti (soprattutto) ma anche con persone che non sanno niente dell'argomento, così da portarvi testimonianza del mio barcamenarmi in questa situazione :-) .
Un augurio a me, quindi, ma soprattutto UN GRANDISSIMO AUGURIO A VOI, insieme ad un abbraccio altrettanto grande!

5647382910 @ 11:21 | commenti: commenti (38)(popup)

Novità

Archiviato il venerdì, 18 luglio 2008 in: novità
 

Finalmente la cerchia si allarga e arrivano collaboratori.
Una di noi inizierà a scrivere della sua esperienza su questo blog, mettendo a disposizione di tutti quanto ha vissuto e faticosamente imparato: 5647382910, da me detta Numbers per semplificare.
La prima volta che le ho lasciato un commento, capitata assolutamente per caso sul suo blog, mi pare fosse Novembre e la trovai in una situazione di “scivolamento” dal vomiting alla bulimia senza compensazione con evidenti aspetti di iperfagia o BED.
Tutto quello che potei fare fu lasciarle un grande abbraccio, ma da allora i contatti si sono intensificati, il rapporto cresciuto e i contatti telefonici mai più interrotti.
E' una bella persona. A me arriva diretta e sincera, che è quel che apprezzo di più nelle persone. Al pari mio, non può definirsi guarita, ma avviata verso l'uscita senz'altro sì.
Spero che possa essere di aiuto, con i suoi post, a tutti coloro che combattono con la bulimia senza compensazione e il BED. Così come spero che questa sua collaborazione arrechi benefici anche a lei, come sta succedendo a me.
E già che ci sono ricordo anche l'esigenza che ha questo blog di trovare una valida collaborazione per l'anoressia: posto vacante che ho proposto a Didde, ma lei stessa mi suggerisce di fare una sorta di indagine per scovare il nome giusto.
Io continuo a nominare lei, voi dite pure la vostra.
Aspetto il tuo esordio, Numb, buon lavoro!

ladyCo @ 11:06 | commenti: commenti (19)(popup)

Riflessioni...

Archiviato il martedì, 15 luglio 2008 in: riflessioni
 

Rimasi molto a lungo ferma e immobile nella mia prima tappa. Principalmente perché sapevo a cosa sarei andata incontro: la seconda prevedeva di smettere di provocarmi il vomito, insegnandomi a dominare le crisi.
Avevo troppa paura di non riuscire, e per questo non mi decidevo a passare oltre. Ancora una volta, il prof mi venne in aiuto.
Durante le nostre sedute erano emerse le maggiori implicazioni del mio problema ed una in particolare sembrava, a distanza di anni, bloccarmi inesorabilmente nella malattia-rifugio in cui mi crogiolavo: nella mia famiglia di origine, le forme di comunicazione erano sempre state ritualizzate, e i conflitti mai affrontati in maniera diretta. Si preferiva lasciarli passare sotto silenzio per il bene della pace familiare. Come a dire, facciamo finta che tutto vada bene. E questo aveva largamente influenzato la mia vita di adolescente prima e adulta poi, costringendomi a portare avanti l'insegnamento errato ricevuto.
Il prof mi chiese di mettere per iscritto tutte le situazioni che ricordavo dove “era stato fatto finta che”, e le emozioni che ricordavo di aver provato allora, più quelle che avvertivo al momento. Mi spiegò che la scrittura ha una propria azione terapeutica: scrivere qualcosa di intimo può essere liberatorio e creare la giusta distanza dai problemi.
Lo feci.
Buttai giù, minuziosamente, tutto quel che ricordavo e ad ogni episodio affiancavo uno dei miei pensieri malati, come da ulteriori istruzioni. Le situazioni che riaffioravano furono tantissime, ma non sto qui a riportarle per il timore di essere riconosciuta. Posso però senz'altro stilare la lista dei miei pensieri, delle mie ormai convinzioni, che le controbilanciavano. Una riduzione di peso mi dava buon umore e un positivo sentimento per il resto del giorno. La bilancia determinava la mia vita, la mia autostima dipendeva unicamente da essa. Poter controllare il cibo da ingerire e vomitare, o non ingerire affatto, mi rendeva finalmente indipendente, potevo reggermi sulle mie gambe, ero autonoma. Non avevo motivo di essere infelice, la bulimia era il mio alibi, lo ero per solo per colpa sua, e non per altro. I miei meccanismi malati erano conosciuti, con loro riuscivo a ritrovarmi, nella vita reale no. Ero terrorizzata che senza la mia malattia mi sarei ritrovata davanti al nulla, non volevo capire, rifiutavo proprio l'idea, che un dca è un inganno, una chimera dalla quale mi ero lasciata sedurre. Continuavo ad aggrapparmi disperatamente a ciò che una volta la malattia mi aveva promesso e a respingere i dubbi che sorgevano. Sperimentavo tutte le funzioni di un dca: appagava i rimpianti, i desideri e i bisogni, compensava le insicurezze, le paure e le carenze e risolveva i problemi, o almeno così pensavo io. Credevo, praticamente, di aver finalmente trovato la via ideale per fronteggiare la mia vita. E mi lasciavo ingannare, abbagliare e accecare, perché questa era una strada sbagliata che portava solo all'autodistruzione. Più scrivevo e più cominciavo a capire. Questo non mi avrebbe portata a trovare una mia identità, una mia autonomia, forza e potere. Anzi. Mi rendeva ogni giorno più dipendente, impotente e debole e rafforzava in me il senso di inadeguatezza e incapacità di plasmare la mia vita. Non era una cosa vitale, sfociava invece in rigidità e coazione, distruggeva e annientava. Non poteva sostituire gioia e amore, ce li avevo e quella me ne allontanava. Rendeva vuoti e soli, ecco. Avevo ridotto tutti i miei problemi al controllo del peso: il confronto con l'ambiente si svolgeva, praticamente, all'interno del mio corpo e fintanto che la fame era assoggettata e l'ingestione alimentare domata, credevo di dominare anche tutti gli altri problemi. Non era quindi, mi pare evidente, un fanatico “problema di peso” e basta. Il mio sottopeso, compresi gli attacchi bulimici e il digiuno, non erano altro che manifestazioni esteriori della mia malattia. Erano la manifestazione esterna di un'acuta sofferenza interiore, l'espressione visibile di un insieme di problemi psichici.
Capito questo, cosa potevo fare?
-
Se non sai resistere alla pressione, nuota in superficie -, mi disse il prof.
Come a dire, lascia che quanto hai capito si depositi sul fondo e tu galleggia a pelo d'acqua, con la testa ben fuori. Lascia che la corrente ti trasporti senza travolgerti.
La corrente era lui e io mi fidavo. Rilessi attentamente tutte le paginette scritte fitte, fitte, le riposi tra le mie cose e mi sentii meglio. Più distaccata da quel mare di casini, più determinata ad aumentare la distanza tra me e loro.
E mi avviai verso la seconda tappa con la testa fuori dall'acqua e un'immensa sensazione di leggerezza...

ladyCo @ 14:40 | commenti: commenti (35)(popup)

In più

Archiviato il venerdì, 11 luglio 2008 in: chiarimenti
 

Vorrei sottolineare un paio di cose, visti i privati che ricevo.
Innanzitutto, ribadisco che qui nessuno rimane indietro.
Ci sarà chi, leggendo, avrà l'impulso a provare da subito, e ci sarà chi aprirà e chiuderà questo blog miriadi di volte prima di decidersi.
Questo è soggettivo e assolutamente non rilevante ai fini di una buona riuscita.
Anzi.
Inutile lanciarsi e tentare se magari il periodo non è dei migliori, tipo una prossima vacanza o un ritmo di studi serrato o una situazione personale troppo difficile su più punti. Meglio, in questo caso, aspettare, riflettere con calma e iniziare semplicemente e solo a fare l'idea ad un cambiamento possibile, ad un tentativo in questo senso.
Addirittura, poi, non seguire le fasi in maniera successiva (stabilire la patologia – stabilirne la gravità – trovare una propria motivazione - analisi funzionale per strutturare un percorso – diario alimentare per 15 gg) ma decidere di saltare uno o più passaggi, non solo non serve a niente, ma può anche mettere in predicato un tentativo futuro.
Quindi, se non siete più che convinte di avere una motivazione valida e forte per provare a cambiare, state ferme e non fate nulla.
Questo blog andrà avanti così fino a quando ci saranno tappe da postare. Poi, però, si arricchirà solo di esperienze, consigli, supporti e via discorrendo, ma certamente non ignorerà chi per la prima volta approderà qui seppur a percorso interamente postato.
Sicchè tranquille, nessuno vi lascia indietro e i tempi di riflessione sono così soggettivi che sarebbe stupido mettere fretta.
Vi aggiorno anche sul lato nascosto del blog, quello che si svolge privatamente.
Molte di voi hanno chiesto la propria analisi funzionale e stanno seguendo la fase dell'automonitoraggio. Con Elle siamo abbastanza veloci e anche soddisfatti, immaginavamo tanto bisogno di aiuto ma non una richiesta a questi livelli. Personalmente, sono piacevolmente colpita: molte che scrivono decisamente “proana” sui loro blog stanno dimostrando una volontà eccezionale nel loro tentativo, mantenendosi a stretto contatto e chiedendo via, via ulteriori delucidazioni.
A loro e a tutte quelle che ci provano sul serio, il mio più affettuoso “buon lavoro”.
:)

ladyCo @ 13:51 | commenti: commenti (27)(popup)

Prima tappa

Archiviato il lunedì, 07 luglio 2008 in: pesata settimanale, il mio percorso, automonitoraggio, alimentazione meccanica
 

Di comune accordo con Ellepuntato, comincio oggi a postare il mio percorso, tappa per tappa, così come le ho vissute e attraversate.
La decisione deriva dal fatto che se è pur vero che non bisogna avere fretta, è anche vero che alle cose nuove si deve imparare a farci l'idea, quindi approcciarsi a quello che è il lavoro vero e proprio in sé, aiuta a prepararsi all'azione vera e propria.
La prima tappa del mio percorso dice:

  • automonitoraggio, alimentazione meccanica, pesata 1 volta a settimana

Ed entriamo nel vivo.
In questo particolare contesto “automonitoraggio” non sta per diario alimentare. Qui l'automonitoraggio è riferito alle interazioni sociali.
Ancor prima di imparare a modificare un mio comportamento, era importante che io conoscessi i miei atteggiamenti di base già consolidati. Quasi tutti sbagliati, naturalmente.
L'esercizio consiste nello scegliere situazioni semplici durante le quali si è avuto uno scambio di idee con qualcuno. E nell'annotare, subito dopo, quello che è successo, seguendo uno schema ben preciso. In questo modo si possono rilevare le reazioni nelle diverse situazioni del quotidiano, imparando presto quali sono quelle facili da affrontare e quali, invece, quelle su cui c'è da attardarsi un po'. Trovate uno dei miei schemi qui, uno dei primi fatti. Per praticità ne facevo fotocopie sufficienti per tutto il mese, così diventava facile riempirle al volo via, via che si presentavano le occasioni. Anche per questo tipo di schema, all'inizio mi sono divertita, e parecchio, poi è subentrata la noia. E la frustrazione. Vedere nero su bianco quanto mi risultasse difficile essere davvero me stessa in ogni circostanza era quasi peggio che vedere la lista degli errori alimentari! Ma adesso, soprattutto per il confronto che posso farne con le vecchie, riempire le mie schede è un vero divertimento e una grandissima soddisfazione. Da questo tipo di automonitoraggio emergono le più grandi categorie di situazioni che si devono affrontare quotidianamente:

  • fare una richiesta

  • rifiutare

  • fare un complimento o un regalo

  • ricevere un complimento o un regalo

  • fare una critica

  • ricevere una critica

  • stabilire e mantenere dei rapporti interpersonali

  • scambiare opinioni

Tutte cose che ci si presentano regolarmente, e che il più delle volte si sbaglia a portare avanti.
Tenendo in considerazione “il fare una richiesta”, qualcosa di veramente banale, il primo ostacolo che mi ponevo era: “come mi giudicheranno gli altri per aver osato chiedere qualcosa?”
Ellepuntato mi venne in aiuto.
Se apprezzi le persone che in maniera aperta e sincera chiedono qualcosa a te, perché mai gli altri non dovrebbero reagire allo stesso modo? Primo fatto da tenere bene a mente: IO HO IL DIRITTO DI CHIEDERE QUELLO CHE VOGLIO, A PATTO CHE L'ALTRO ABBIA LA POSSIBILITA' E IL DIRITTO DI RIFIUTARE.
E “rifiutare” è proprio il secondo punto difficile. E come si fa? Sempre con ben in mente i miei ragionamenti sbagliati (rimarrà male, non sta bene, che penserà, in fin dei conti lo posso anche fare), finivo sempre per fare anche quello che non mi andava, irritandomi e sentendomi la più sacrificata e incompresa. E anche qui Elle mi insegnò che quello che dovevo tenere bene a mente era me stessa, e non gli altri. Cercare, cioè, di spostare l'attenzione su quelli che erano i miei sentimenti e il mio giudizio obiettivo nei confronti della situazione, valutarli tutti e fare un bilancio. Solo dopo decidere. Forse quella particolare persona stava esagerando, o forse non mi metteva davanti a troppe scelte, o forse ancora tra i due a cedere ero sempre io. E cercare di dire “no” nel modo più naturale possibile.
Non che sia facile. I sensi di colpa, all'inizio, non mi lasciavano mai e mai, ma si deve fare pratica e appropriarsi della situazione, tanto da averla in pugno.
Fare un complimento o un regalo, o riceverne, è stato un altro scoglio duro. Se compravo qualcosa a qualcuno il primo fatto che mi veniva in mente era “lo gradirà?”, e se intendevo fare un complimento sincero, la frase che mi rimbalzava in testa era “penserà che voglio arruffianarmi”. Idem se la situazione era capovolta. Ricevevo un complimento e pensavo “seee, e figuriamoci se io sono davvero così”, e per un regalo correvo subito con la mente a come ricambiare, a come sdebitarmi. Quanta fatica inutile. Sgombrare la mente, imparare percorsi nuovi...di questo avevo bisogno. Per me fare un regalo era un piacere, perché non poteva essere lo stesso per gli altri? E fare un complimento...io ne faccio solo di sinceri, se gli altri sono ipocriti, problema loro.
Più rischioso è imparare a fare una critica. Su questo punto ho fatto molti errori perdendo per strada diverse conoscenze, ma pazienza, sbagliando s'impara. Tanto più che mi sono accorta che per ogni critica evitata fioriva un atteggiamento di ostilità o rifiuto nei confronti della persona in questione, quindi era decisamente meglio rischiare un rapporto che lasciare che si deteriorasse comunque nel tempo. E più difficile ancora mi è risultato accettarne, di critiche. Ma anche qui, ho cercato di mettermi nei panni dell'altro e di evitare come la peste le giustificazioni: tu puoi anche non condividere qualcosa di me, ma se permetti questa sono io e se ritengo che dovrò cambiare, bene, altrimenti mi spiace ma io sono così. Mantenendo comunque la calma e lasciando aperta la discussione, pronta a cambiare idea e atteggiamento se i fatti che mi venivano eccepiti erano razionali, logici e assolutamente pertinenti. Ma ferma sulle mie convinzioni se le argomentazioni dell'altro erano vaghe o, peggio ancora, dettate da pregiudizi.
Stabilire e mantenere rapporti interpersonali è qualcosa sul quale sto ancora lavorando molto. Qui entra in gioco l'autostima e diventa tutto più difficile. Come tutti coloro che soffrono di un dca qualsiasi, anche io tendevo ad isolarmi. E l'isolamento, guarda caso, alimentava il mio disturbo. Mi sono imposta, all'inizio, di vedere più gente, di uscire di più, ma riconosco che ho trovato più semplice rieducarmi ai rapporti sociali con il blog qui su splinder: in questo il merito va a tutte le mie amiche di web. Un ci so' cazzi.
Anche “scambiare opinioni” è qualcosa che ho riabilitato qui.
Qui ho imparato che è inutile e dannoso forzare un altro a condividere le idee, che non c'è necessariamente il torto o la ragione tutto da una parte, che non è vero che non sono credibile.
Una volta esaurite tutte le tappe del percorso, anche quelle che non mi riguardano, tornerò a postare le situazioni che ho vissuto e attraverso le quali ho imparato a “campare”. Sono un po' tragicomiche, ma almeno non ci si annoia.
L'alimentazione meccanica l'ho iniziata contemporaneamente. E con una paura che non vi dico. Innanzitutto dovevo pesarmi. E avrei dovuto ripetere l'azione solo una volta a settimana. Era Maggio e pesavo 47.5kg. Con variazioni di mezzo chilo a seconda se era la quarta o decima pesata nello stesso giorno, e anche di due chili in più a seconda dell'abbuffata che capitava. Fu in quel periodo che conobbi Isabella, la nutrizionista. Mi spiegò, dopo attenta lettura del mio diario alimentare, che avrei dovuto considerare il cibo come una medicina, seguire alla lettera il suo schema e ignorare la bilancia se non quando andavo da lei, una volta a settimana appunto. Isa insegna l'alimentazione GIFT, che è semplice da seguire, bilanciata e sana. Non prevede il conteggio delle calorie né la pesata degli ingredienti, la regola è 1 PIATTO NORMALE CHE DEVE CONTENERE TUTTO IL PASTO, DIVISO IN TRE, ma frutta e verdura, se scondite, sono a parte. Si devono usare solo alimenti integrali e non raffinati, ed è bandito lo zucchero, anche di canna, così come qualsiasi tipo di dolcificante. Si usa il miele. Prevede 5 pasti al giorno, ma io riesco a farne solo 4. E va bene lo stesso.
La colazione deve essere il pasto più abbondante, composta da una base liquida (caffè, latte anche di soia, tè, tisane, orzo) + carboidrati da cereale (pane, fette biscottate, corn flakes, cereali, gallette di riso, gallette di crusca, biscotti, muesli) + miele o marmellate senza zucchero + proteine (uovo, prosciutto, frutta secca, formaggio, salmone, ma anche avanzi della cena. Io, per esempio, se mi avanza dell'arrosto ne uso una fettina sottile al posto del prosciutto) + frutta o spremuta di frutta. Naturalmente un solo alimento a scelta tra quelli indicati tra parentesi. Lo spuntino di metà mattina (che io non faccio mai perché mangio tardi a colazione) prevede frutta o verdure scondite a volontà. Per pranzo sono previsti carboidrati sempre integrali (gli unici che si pesano, ma ormai vado ad occhio, 60gr di pasta o pane o riso o patate o legumi o castagne) + proteine (carne o pesce o formaggio o uovo o salumi o semi oleosi) + verdura condita con olio extravergine + frutta a volontà, anche cotta, poco sale, aromi a piacere e si beve solo se si ha sete. Lo spuntino del pomeriggio, uguale a quello della mattina, lo faccio invece sempre, e qualche volta lo sostituisco con lo yogurt o una fettina di pane sottile con qualcosa, d'inverno anche un velo di nutella. La cena deve essere il pasto più ridotto: 1 manciata di cereali (orzo o farro o riso o grano o che vi pare purché integrale) + proteine a scelta + verdura + frutta meglio cotta.
Visto così pare complicato, ma non lo è. Via, via interverrà Isabella stessa per tutti gli eventuali chiarimenti.
Ogni mattino stilavo i miei menù, li copiavo sul mio diario e cercavo di seguirli alla lettera, orari compresi.
All'inizio sono andata in crisi, avevo troppa paura di ingrassare, e finivo per mangiare un piffero. A fine Giugno pesavo 41kg, uno schifo. E fu allora che Isa s'inquietò (non voglio usare parolacce, almeno qui). Le spiegai la mia impossibilità a mangiare. Non riuscivo. Il pensiero di tenere tutta quella roba dentro mi bloccava anche davanti ad un misero yogurt. Sarei ingrassata e lo trovavo insopportabile. Isabella prese una decisione intelligente, e l'unica possibile a pensarci bene. Mi disse che avremmo dovuto trovare un compromesso: qualche chilo in più e poi basta, non mi avrebbe fatta ingrassare neppure di un altro grammo. “Qualche chilo in più” erano circa 3 e mezzo, come da contratto che stipulammo io e lei quello stesso giorno. E per la miseria, l'abbiamo entrambe rispettato! Io mi sforzavo di mangiare tutto, anche se con la cena ho avuto i problemi più grossi, e lei ritarava lo schema a seconda dei risultati. Oggi, che vorrei tanto prendere altri 3kg, non ci riesco, mi sono abituata a certe dosi e non riesco ad aumentare. Ma ci sto lavorando, ben inteso.
Ogni tre giorni compilavo la mia scheda di verifica. Direte, un'altra? Beh, sia chiaro che senza fare nulla non se ne esce, e guarire sarà pure 'na passeggiata, ma costante e continua.
La lista di verifica, fotocopiata come tutte le altre per praticità, è questa:

  1. Dico più facilmente “io”

  2. Esprimo più spesso e con maggiore facilità i miei sentimenti

  3. Cerco di essere sincera nell'esporre le mie idee

  4. Mi sforzo di ascoltare

  5. Sono più concisa e concreta nei miei proponimenti

  6. Cerco di far valere i miei diritti, esigenze, limiti

  7. Rispetto i diritti, esigenze e limiti degli altri

  8. Il mio IMC non è inferiore a 18

Naturalmente dovevo porre SI' o NO a fianco di ciascuna voce. Una volta raggiunti tutti SI', sono potuta passare alla tappa successiva. Ma questo tipo di monitoraggio, nonché l'alimentazione meccanica, è un qualcosa che seguo ancora.
Sempre a disposizione per qualsiasi chiarimento...

ladyCo @ 13:28 | commenti: commenti (20)(popup)